Il Parco di S.Giovanni

L'importante è che abbiamo dimostrato che l'impossibile può diventare possibile” (F. Basaglia. Conferenze brasiliane, 1979)

    Il parco di S. Giovanni è stato per decenni la sede del manicomio di Trieste. Fu inaugurato nel 1908, in un periodo di tumultuosa crescita della città, quando cresceva anche, conseguentemente, la difficoltà a vivere di ampi strati della popolazione, costretti alla povertà, allo sradicamento e a ritmi di lavoro frenetici. Le strutture precedenti, più carcerarie che curative, si erano da tempo rivelate insufficienti e vi fu un ampio dibattito sul tipo di “frenocomio” da realizzare. Fu scelto il modello più moderno, quello a “porte aperte” o a padiglioni, che dall'esempio di Alt-Scherbitz in Sassonia, si stava diffondendo in tutto l'Impero Austroungarico.

    Il progetto definitivo fu affidato all'arch. Braidotti, che ne fece un gioiellino per unità di stile e soluzioni ingegneristiche. Il Parco risultava nettamente diviso in tre parti. Nella parte bassa trovavano posto i padiglioni per cronici, gestiti dall'Ospedale Generale della città, e la villa paganti dell'ospedale psichiatrico. Le strade qui erano tortuose, con sentieri e ricca vegetazione. A separare la parte bassa da quella mediana stava il grande edificio della Direzione da cui partiva un ampio stradone ai cui lati erano simmetricamente posti i vari padiglioni, divisi per tipologia di diagnosi, come allora si usava, e per sesso. L'ordine e la simmetria di questa zona non sono casuali, ma voluti, in quanto li si riteneva in qualche modo terapeutici in opposizione al “disordine” dei ricoverati. Una scenografica scalinata in pietra bianca divide questa zona dalla successiva che comprende i servizi (lavanderia, cucine), l'attività ricreativa con un teatrino e, più in alto, il “villaggio del lavoro”. Questo si espande intorno alla chiesa, che ne è il centro, e comprende padiglioni, laboratori e stalle. Manca una vera e propria colonia agricola, come negli altri manicomi moderni della stessa epoca. Il villaggio del lavoro è costruito in stile rustico e più dimesso del resto del complesso, che è invece in stile neo-fiorentino, spesso abbellito da fregi e da ceramiche che ricordano la scuola di Andrea della Robbia.

    La prima utopia delle “porte aperte”, su cui è costruito l'impianto progettuale del complesso, viene presto a cadere e vari padiglioni vengono recintati. Ma è soprattutto con l'adeguamento alla legislazione italiana che si snaturano le premesse da cui era nato l'ospedale: la legge del 1904 prevedeva infatti il ricovero coatto ed era improntata più alla difesa della società da elementi sentiti come pericolosi che alla cura e ai bisogni dei degenti. Negli anni '30 vengono introdotte massicciamente le terapie invasive e violente, come l'elettroshock, propugnate dalla nuova scienza psichiatrica, anche se si espandevano le attività ricreative, ergoterapiche ed anche ginniche. Al Padiglione Ralli (ex cronici) venne addirittura creato un reparto per bambini. L'amenità del luogo non può far perdere la memoria dei “crimini di pace” che qui, come in tutti gli ospedali psichiatrici, vennero perpetrati per lungo tempo.

    Questo è però anche il luogo in cui si è attuata la più straordinaria esperienza di liberazione e di riappropriazione della dignità personale del “matto”che abbia coinvolto la psichiatria moderna. Nel 1971 Franco Basaglia assume la direzione dell'ospedale e fin dall'inizio si propone di andare ben oltre l'esperienza della comunità terapeutica, che aveva introdotto nell'ospedale di Gorizia, puntando esplicitamente non a “umanizzare” ma a “distruggere” il manicomio, trovando in questo la fattiva collaborazione della Provincia di Trieste, guidata allora da Michele Zanetti. 

Si aprono (finalmente) tutte le porte e si abbattono recinzioni, si discute in assemblea, con pari dignità, delle decisioni da prendere, si organizzano soggiorni all'esterno, si dà riconoscimento al lavoro svolto con la costituzione della Cooperativa Lavoratori Uniti, si creano laboratori artistici, si organizzano gruppi appartamento sia all'interno che all'esterno del comprensorio. Si richiamano i cittadini alla fruizione del Parco con l'organizzazione di eventi (concerti, teatro, feste) e, soprattutto, si invade la città come è avvenuto con il corteo che ha accompagnato Marco Cavallo – un grande cavallo azzurro di cartapesta, divenuto simbolo del cambiamento – lungo tutto il centro cittadino. Nel '77 “il manicomio di Trieste, smontato pezzo dopo pezzo, sarà definitivamente chiuso, e la città si aprirà alla follia e alle sue contraddizioni”. Nel 1978 verrà approvata la legge 180 che prevede la chiusura dei manicomi su tutto il territorio nazionale e la loro sostituzione, secondo l'esperienza triestina, con centri territoriali.

    Dopo la chiusura, il complesso di S.Giovanni ha conosciuto un lungo e scandaloso periodo di degrado, dovuto anche al mancato accordo tra gli enti proprietari, situazione che si risolve solo alla fine degli anni '90. Da allora gli edifici sono stati in gran parte recuperati e destinati ad uso pubblico, evitando il rischio di speculazioni edilizie. Una parte è stata acquistata dal'Università, che vi ospita alcuni dipartimenti scientifici e il Museo dell'Antartide (per informazioni: www.mna.it) E' in programma la ristrutturazione di alcuni grandi edifici per trasferirvi la Facoltà di Psicologia con annesso Museo della Psichiatria. Molti edifici sono dell'Azienda Sanitaria, che vi ha situato sia uffici che importanti servizi alla popolazione. La Provincia ha ristrutturato il teatro e creato il Mini-Mu, un mini museo e laboratorio espressivo per bambini ( www.mini-mu.it) Il Comune ha realizzato una casa di riposo e prevede un centro per l'Alzheimer. Nel comprensorio hanno trovato sede anche scuole superiori della minoranza slovena e da tempo vi opera un bar, Il posto delle Fragole, che ha avuto una funzione fondamentale come primo centro di aggregazione e socialità.

    Anche il verde del Parco è stato in gran parte recuperato ed attrezzato. Si sono salvati e valorizzati gli alberi secolari e si sta provvedendo a piantare su gran parte degli spazi ad aiuola e a scarpatine dei roseti pregiati. Forse anche la terza utopia di questo luogo, il suo riuso nella collaborazione tra soggetti diversi e la sua restituzione alla città, si sta realizzando.

Per saperne di più:

- L'Ospedale psichiatrico di S. Giovanni a Trieste. Storia e cambiamento. 1908 - 2008, AA.VV., ed. Electa 2008. Da questo volume abbiamo tratto le immagini in bianco e nero sopra riportate. La prima rappresenta la Diirezione con i due portoni aperti da cui si riesce a vedere lo stradone retrostante. E' tratta da un album fotografico realizzato da M. Strobl nel 1910. La seconda è la planimetria definitiva del complesso disegnata dal Braidotti.

- Il sito del dipartimento di salute mentale (www.triestesalutementale.it) è ricchissimo di documentazioni sull'esperienza basagliana.  Presenta anche un notevolissimo archivio fotografico e video. 

- Altre informazioni e foto nel sito della Provincia di Trieste